In Italia oggi anche avere un lavoro a tempo pieno non basta più a garantirsi una vita dignitosa. Secondo i dati Eurostat, quasi un lavoratore full-time su dieci risulta in condizioni di povertà. Considerando tutti i lavoratori, quindi anche i part-time, il tasso di povertà sale dal 9% al 10,2%, in crescita rispetto al 9,9% del 2023.
Il confronto europeo è decisamente sfavorevole: in Germania solo il 3,7% dei lavoratori a tempo pieno è povero. Un dato preoccupante che colloca il Belpaese ai primi posti in Europa per incidenza dei cosiddetti working poor, ovvero persone che, pur lavorando, non riescono a uscire da una condizione di povertà. La percentuale italiana supera nettamente la media dell’Unione Europea, che si attesta al 7,7%. Peggio dell’Italia fanno soltanto Lussemburgo, Spagna, Grecia e Lettonia. Un campanello d’allarme che evidenzia come il mercatodellavoro italiano, pur crescendo in termini numerici, continui a produrre occupazione precaria e salari insufficienti.
Le categorie più colpite sono i giovani tra i 16 e i 29 anni, con un’incidenza dell’11,8%, e i lavoratori autonomi, per cui il tasso di povertà raggiunge il 17,2%. Un dato che conferma quanto sia complesso affermarsi come autonomi nel mercato del lavoro.
Anche il livello di istruzione incide significativamente: chi possiede solo il diploma ha una probabilità di povertà del 18,2%, mentre tra i laureati la percentuale scende al 4,5%. Tuttavia, anche tra questi ultimi il dato è in peggioramento rispetto all’anno precedente, a testimonianza di un mercato che fatica a riconoscere e valorizzare le competenze.
Unica nota positiva arriva dal fronte della deprivazione materiale: le persone che non riescono a sostenere le spese basilari scendono all’8,5% della popolazione, rispetto al 9,8% dell’anno precedente. Tuttavia, le situazioni più gravi, quelle in cui non si riesce a far fronte alle esigenze primarie, riguardano ancora il 4,6% degli italiani, pari a circa 2,7 milioni di persone.










