Nel 2000, una fuoriuscita di oltre 5.000 barili di petrolio contaminò il fiume Marañón, che scorre per 1.450 chilometri attraverso il Perù, dalle Ande fino al Rio delle Amazzoni.
Questo corso d’acqua è fondamentale per la vita delle comunità indigene, che lo usano per bere, pescare, irrigare e spostarsi. Il disastro ecologico uccise pesci e animali, compromettendo anche la salute degli abitanti locali.
Il fiume Marañón, uno dei principali affluenti del Rio delle Amazzoni, è soggetto a sversamenti di petrolio da decenni.
Dal 1997 al 2022 si sono verificati oltre 80 episodi di fuoriuscita lungo l’Oleodotto del Perù Settentrionale (ONP), che corre in parte lungo il fiume e trasporta petrolio dalle zone di estrazione alla costa. Le perdite sono avvenute spesso per guasti, deterioramenti delle condotte o mancanza di manutenzione, con gravi conseguenze ambientali e sanitarie.
La catastrofe del 2000 spinse Mari Luz Canaquiri Murayari, donna della comunità indigena Kukama, a fondare l’associazione Huaynakana Kamatahuara Kana, guidata da donne, per proteggere il fiume. Dopo anni di attivismo e battaglie legali, nel marzo 2024 una corte peruviana ha riconosciuto al Marañón la personalità giuridica, attribuendogli diritti come quello di esistere, non essere inquinato e scorrere liberamente.
Il tribunale ha inoltre riconosciuto i Kukama come guardiani del fiume, e ha ordinato alla compagnia petrolifera statale Petroperú di intervenire per fermare gli sversamenti e proteggere l’ecosistema.
Per Mari Luz Canaquiri, premiata con il Goldman Environmental Prize, questo è solo l’inizio: la sentenza offre uno strumento legale per difendere il fiume, ma serve ancora molto impegno per farla rispettare.










