La sanità pubblica in Italia si trova in una situazione di emergenza, come sottolineato da Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Dopo 15 anni di tagli e sotto-finanziamenti, il sistema sanitario nazionale si è progressivamente allontanato dagli standard europei, un problema reso ancora più evidente dalla pandemia di COVID-19. Nonostante un incremento di 772 dollari pro-capite nella spesa sanitaria durante la pandemia, questo aumento è stato inferiore rispetto ad altri Paesi come la Germania (+1.511 dollari), il Regno Unito (+1.329 dollari) e la Francia (+1.280 dollari).
Attualmente, l’Italia destina solo il 6,2% del PIL alla sanità pubblica, un valore al di sotto della media OCSE del 6,9% e della media europea del 6,8%. La spesa pro-capite si attesta a 3.574 dollari, posizionando l’Italia al 16 posto in Europa e all’ultimo tra i Paesi del G7. Il confronto con la Germania, che investe il 10,1% del PIL con una spesa pro-capite di 7.253 dollari, evidenzia un divario di 47,6 miliardi di euro tra i due Paesi.
Le conseguenze di questo sotto-finanziamento sono gravi e tangibili: tempi di attesa eccessivi per visite ed esami, pronto soccorso sovraffollati, carenza di medici di base e disuguaglianze regionali sempre più marcate. Inoltre, l’aumento della spesa sanitaria privata e la rinuncia alle cure da parte delle famiglie più vulnerabili stanno mettendo in crisi il principio di universalità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
Anche le istituzioni hanno lanciato l’allarme. La Corte dei Conti, la Corte Costituzionale e l’Ufficio parlamentare di bilancio hanno tutti evidenziato il sotto-finanziamento della sanità pubblica. Il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha dichiarato che un finanziamento pari al 7% del PIL è il livello minimo necessario per mantenere la sostenibilità del sistema.










