Con una multa da 50.000 euro, il Garante della Privacy italiano ha detto chiaramente: le aziende non possono usare la geolocalizzazione per controllare i dipendenti in smart working, se non rispettando regole molto precise.
Tutto è iniziato con il reclamo di una lavoratrice. Dopo un’indagine, è emerso che un’azienda monitorava circa 100 dipendenti da remoto. Come? Telefonate a sorpresa durante le ore di reperibilità, doppia timbratura con l’app aziendale “Time Relax” e richiesta di indicare via e-mail dove ci si trovava. Se c’erano differenze tra quanto indicato nell’accordo di smart working e la posizione reale, potevano partire provvedimenti disciplinari.
Ma c’erano due problemi principali: l’azienda non aveva informato in modo chiaro i dipendenti e non aveva chiesto l’autorizzazione all’Ispettorato del lavoro. Inoltre, il Garante ha chiarito che questo tipo di controllo non è ammesso se serve solo a verificare dove si sta lavorando. Serve un motivo serio, come la sicurezza o l’organizzazione del lavoro.
La conclusione? Questo tipo di tracciamento è stato considerato illegittimo. Non rispettava i principi di base della privacy: non era trasparente, raccoglieva più dati del necessario e non proteggeva davvero le informazioni dei lavoratori.
Anche se lo smart working è flessibile, le regole sulla privacy valgono sempre. Le aziende devono garantire rispetto e trasparenza, evitando controlli invasivi e non giustificati.










