Di fronte all’orrore nazista è sempre difficile parlare, ma è necessario. Esattamente 80 anni fa, il 27 gennaio 1945, le truppe dell’Armata Rossa liberarono Auschwitz, ponendo fine alla follia che costò la vita a milioni di persone. Tra le 11 e le 17 milioni di vittime, circa 6 milioni erano ebrei, assassinati in uno dei più grandi crimini contro l’umanità mai commessi.
Il tempo non risparmia nessuno e i testimoni di quelle atrocità sono sempre meno. Il rischio che l’Olocausto perda definizione nella coscienza collettiva è più concreto che mai. Basta osservare i social media, dove la figura di Hitler e del nazismo è spesso ridotta a meme. Sebbene questi contenuti possano deridere un’ideologia oscura, rischiano anche di depotenziarne l’orrore, trasformandolo in qualcosa di banale o, peggio, di empatico.
Questo avviene mentre guerre e discriminazioni continuano a imperversare in tutto il mondo. Campi di prigionia esistono ancora oggi: sono chiamati “centri di detenzione” o “di rieducazione”, ma restano teatri di violenze e torture disumane. Amnesty International e altre organizzazioni combattono per portare alla luce queste atrocità, che non si limitano ai conflitti più noti, come quelli israelo-palestinese o russo-ucraino, ma si estendono a molte altre regioni del pianeta, troppo spesso dimenticate.
Il Giorno della Memoria è un’occasione cruciale per ricordare che i crimini dell’Olocausto non si svolsero dall’oggi al domani. Fu un lento processo di disumanizzazione e normalizzazione dell’odio a rendere possibile lo sterminio di milioni di persone, sotto gli occhi di un mondo indifferente, che si scoprì complice nel suo non agire in tempo contro una delle peggiori pagine della nostra storia. È una lezione che non possiamo permetterci di dimenticare.
Come scriveva Umberto Eco ne Il Fascismo Eterno: “Il fascismo può tornare sotto le vesti più innocenti”. È nostro dovere smascherare e denunciare ogni forma di odio, intolleranza e disumanizzazione, ogni giorno e in ogni parte del mondo. Libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai, e ciascuno di noi ha la responsabilità di non voltarsi dall’altra parte.










