Un paradosso non da poco: se, da un lato, l’avanzamento tecnologico consente di ottimizzare l’uso delle risorse ed implementare strategie innovative, dall’altro minaccia l’esaurimento delle materie prime. A lanciare l’allerta è il Digital Economy Report 2024, il recente rapporto delle Nazioni Unite che urla all’urgente bisogno di strategie ambientalmente sostenibili e inclusive dal punto di vista digitale.
I dispositivi digitali diventano sempre più complessi, la loro evoluzione sempre più rapida ed il numero di persone che li utilizzano costantemente in aumento. I dati da trasmettere, archiviare ed elaborare sono sempre di più, e ciò comporta l’utilizzo di una serie di complessi sistemi fisici, inclusi vari dispositivi digitali, infrastrutture di trasmissione e satelliti. In sostanza, i nuovi dispositivi richiedono sempre più risorse minerali e si fanno dunque responsabili di un grande impatto ambientale.
Un esempio sono i datacenter, su cui l’economia digitale fa sempre più affidamento. Come riporta il documento delle Nazioni Unite, questi “necessitano di un’enorme capacità di calcolo e stanno perciò consumando grandi quantità sia di energia che di acqua”. Il consumo di elettricità da parte dei 13 principali operatori di data center è difatti più che raddoppiato tra il 2018 e il 2022, come nel caso di Amazon, Alphabet, Microsoft e Meta. L’International Energy Agency stima che, a livello globale, l’elettricità usata per i data center potrebbe raggiungere i 1.000 TWh entro il 2026, contro i 460 TWh mondiali del 2022 e i 459 TWh solo della Francia nello stesso anno.
L’impatto ambientale della digitalizzazione è poi accentuato dalla diffusione globale delle tecnologie emergenti, come l’Intelligenza Artificiale. Basti pensare a ChatGPT, Bing, Dall-e o Gigachat, che creano sì valore per l’utente, ma “sono costose, necessitano di molta energia ed attrezzature, e generano notevoli quantità di rifiuti”, si legge sul report.










