Il Giappone è spesso raccontato come un modello di efficienza, tecnologia e ordine. Ma dietro questa immagine si nasconde un lato più cupo, fatto di orari infiniti, straordinari non pagati, ferie non godute e una pressione sociale costante. Ogni anno quasi 3.000 persone muoiono per cause legate al superlavoro: il fenomeno ha addirittura un nome, karoshi.
Il concetto di dedizione all’azienda è così radicato che anche attività extra lavorative come le cene aziendali o le bevute dopo l’orario diventano quasi obbligatorie. In alcune realtà, è più importante essere presenti che essere produttivi: il cosiddetto “presenzialismo” spinge molti a restare in ufficio anche senza reali compiti da svolgere, solo per dimostrare impegno.
Nonostante la reputazione di Paese tecnologicamente avanzato, molte aziende giapponesi sono ancora bloccate in pratiche burocratiche antiquate: l’uso del fax, dei timbri personali (hanko) e dei documenti cartacei è ancora la norma. Questo rallenta l’adozione del lavoro flessibile, nonostante la pandemia abbia costretto per un periodo a ripensare certi modelli.
La struttura aziendale resta estremamente gerarchica: promozioni basate sull’anzianità, scarsa valorizzazione del merito, difficoltà nel contraddire i superiori. E per le donne, la situazione è ancora più complessa: guadagnano in media il 25% in meno degli uomini, faticano a salire ai vertici e spesso lasciano il lavoro dopo il primo figlio.
Eppure qualcosa si muove. Il governo ha introdotto limiti più stringenti sugli straordinari e incentivi all’uso delle ferie, e una parte crescente della popolazione soprattutto tra i giovani inizia a rifiutare le regole non scritte del passato. Alcuni si licenziano, altri cercano realtà più sane o scelgono il freelance. Ma è ancora una minoranza.


















