C’è un punto nel mondo da cui dipende il prezzo che paghiamo per la benzina, il riscaldamento o per far funzionare una fabbrica. Si chiama Stretto di Hormuz, largo solo 30 km, ma capace di convogliare un quinto del petrolio mondiale. Fino a ieri, questo corridoio sembrava in equilibrio su un filo sottile. Ora, con la guerra tra Israele e Iran, quell’equilibrio è stato infranto.
Oggi gli Stati Uniti sono intervenuti direttamente, lanciando attacchi mirati contro siti nucleari iraniani a Fordow, Natanz e Isfahan, colpendo l’arsenale strategico di Teheran. È la prima volta che Washington entra apertamente in campo, spalleggiando Tel Aviv con attacchi a bassa intensità, ma molto significativi.
La reazione iraniana non si è fatta attendere. Alti dignitari hanno già minacciato chiusura dello stretto e colpi contro forze Usa nel Golfo, definendo l’intervento americano una “grave violazione del diritto internazionale” e promettendo “ripercussioni durature” .
Cosa significa tutto questo? Vuol dire che la regione può precipitare nel caos: se lo Stretto venisse chiuso, anche solo parzialmente, i prezzi dell’energia esploderebbero, i trasporti marittimi tornerebbero a essere insicuri, e nessun mercato sarebbe immune alle conseguenze economiche.
Parlare dello Stretto di Hormuz oggi non è solo parlare di geopolitica. È parlare del presente e del futuro della nostra economia. E forse anche di quanto siamo vulnerabili quando dipendiamo da un singolo passaggio di mare.



















