La Procura di Milano negli ultimi 10 anni ha messo nel mirino le big-tech per contrastare l’elusione fiscale. L’idea è semplice: queste aziende devono pagare le tasse in Italia se qui fanno affari, anche se non hanno uffici o dipendenti. Per farlo, la Procura usa tre strategie: dimostrare che hanno una presenza nascosta nel Paese, applicare le regole fiscali tradizionali anche alle nuove forme di business e tassare il valore dei dati personali raccolti.
Tutto è iniziato nel 2015 con Apple, che ha pagato 318 milioni di euro per chiudere una controversia. Poi è toccato a Google: prima, nel 2017, con un pagamento di 306 milioni di euro, e di nuovo qualche giorno fa con un versamento di 326 milioni di euro. In quest’ultimo caso, non si è parlato di evasione fiscale, ma Google ha preferito pagare piuttosto che affrontare una lunga battaglia legale. Per la Procura, è stato un successo, confermando che il metodo funziona.
Anche Amazon e Facebook hanno raggiunto accordi simili, pagando ciascuna 100 milioni di euro. Netflix, invece, ha dovuto versare 55,8 milioni di euro, anche se non aveva dipendenti in Italia, ma solo una rete di server. Questo ha creato un precedente importante: non servono uffici fisici per essere tassati, basta avere un’attività economica nel Paese.
Un altro grande cambiamento riguarda Meta/Facebook. La Procura ha deciso di tassare non solo i ricavi pubblicitari, ma anche il valore dei dati personali raccolti. Secondo l’accusa, questi dati valgono come un vero e proprio bene economico, su cui si deve pagare l’IVA. Per questo motivo, Meta si è vista contestare 870 milioni di euro di tasse non versate.
Airbnb, infine, è stata accusata di non aver fatto da sostituto d’imposta tra il 2017 e il 2021. In pratica, non ha trattenuto le tasse sugli affitti brevi pagati dagli utenti. Per questo motivo, la Procura ha sequestrato 779 milioni di euro, e Airbnb ha dovuto versarne subito 576 per regolare la situazione e chiudere le pendenze fino al 2023.










