A luglio 2025, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) entra nella sua fase più critica. L’Italia ha un PNRR da 194,4 miliardi di euro in totale, di cui 71,8 miliardi a fondo perduto e 122,6 miliardi in prestiti.
A questi si aggiungono circa 30 miliardi del Fondo nazionale complementare e 13 miliardi da React-EU, per un totale complessivo di circa 238 miliardi di euro destinati a riforme e investimenti. Finora ha ricevuto oltre 140 miliardi di euro, ma il vero nodo è quanto si riesce a spendere. A fine 2024, erano stati usati solo 63,9 miliardi, meno della metà dei fondi incassati. Confindustria stima che tra il 2025 e il 2026 restino da spendere circa 108 miliardi, mentre altre analisi alzano il dato fino a 135.
Nonostante le risorse disponibili, l’attuazione procede a rilento in molte aree. Progetti formalmente avviati sono ancora bloccati da ostacoli burocratici o mancanza di progettazione esecutiva. In molte amministrazioni locali pesano la scarsità di personale e le difficoltà nel rispettare le scadenze per bandi e gare, specie nei piccoli comuni. Questo crea una distanza concreta tra i fondi sulla carta e gli effetti reali sul territorio.
Nel confronto europeo, l’Italia appare in ritardo. La Spagna, con un piano da 163 miliardi, ha completato il 72% delle milestone. La Francia ha già ricevuto oltre la metà dei fondi previsti e mantiene un buon ritmo. A livello UE, la spesa resta lenta: a fine 2024 era stato erogato solo il 42% del totale. Ma l’Italia, con la quota maggiore e una macchina amministrativa più pesante, è anche quella più esposta ai rischi di ritardi e sprechi.
La Commissione europea ha escluso proroghe: tutto dovrà essere speso e certificato entro l’estate 2026. In caso contrario, le risorse non utilizzate verranno automaticamente disimpegnate, cioè restituite all’Unione Europea, senza possibilità di recupero.










