A giugno, i paesi della NATO hanno approvato un obiettivo comune: portare la spesa per la difesa e la sicurezza al 5% del PIL entro il 2035. Il piano prevede che il 3,5% sia dedicato alle spese militari (esercito, armamenti, personale), mentre l’1,5% alle spese per la sicurezza nazionale (infrastrutture strategiche, cybersicurezza, migrazioni). La proposta è partita dal presidente statunitense Donald Trump, con scadenza iniziale al 2032, poi posticipata al 2035.
In questo contesto si inserisce l’intenzione del governo italiano di far rientrare il ponte sullo Stretto di Messina nel bilancio della difesa. Il progetto, dal valore stimato di 13,5 miliardi di euro, viene considerato parte della strategia per rispettare i nuovi obiettiviNATO, includendo spese “non convenzionali” come già fatto in passato con pensioni militari o Guardia Costiera. A confermare la linea è stato il sottosegretario Prisco, in risposta a un’interpellanza di Angelo Bonelli (Verdi), affermando che il ponte potrebbe essere inserito nel piano europeo “Military Mobility”.
Secondo il governo, l’opera farebbe parte del corridoio Scandinavo-Mediterraneo, asse strategico della rete TEN-T. A supporto, è stata inviata una relazione alla Commissione Europea per ottenere la qualifica di “rilevante interesse pubblico” e richiedere deroghe ambientali. Su questo punto si concentrano le critiche di Bonelli, secondo cui si starebbero usando motivazioni militari per bypassare i vincoli ambientali.
L’eventuale inclusione del ponte tra le spese NATO deve essere ancora valutata da Bruxelles e dall’Alleanza. Nel frattempo, l’approvazione finale del CIPESS, necessaria per l’avvio dei lavori, è slittata più volte: da dicembre 2024 a luglio 2025.
Resta infine l’incognita sull’effettivo impatto economico: se il PIL italiano restasse invariato da qui al 2035, il nuovo obiettivo comporterebbe una spesa aggiuntiva di circa 58 miliardi l’anno.

















