La sera del 5 luglio, nel pieno del lungo weekend dell’Independence Day, Elon Musk ha sorpreso il panorama politico statunitense annunciando la nascita dell’America Party, un nuovo partito la cui ambizione dichiarata è scardinare il duopolio repubblicanidemocratici.
Quello che molti osservatori vedevano come un’ennesima deviazione mediatica si è così trasformato in un impegno organico. La rottura con Donald Trump, le schermaglie sui sussidi federali per i veicoli elettrici e le trattative sui contratti spaziali con la Casa Bianca indicano che il coinvolgimento politico di Musk non è più episodico; si profila come una distrazione strutturale destinata a sottrarre tempo ed energie alla guida delle sue aziende.
La governance di Tesla ne avverte già la pressione. La presidente Robyn Denholm è accusata di attendismo, mentre il gestore Azoria Partners ha sospeso il proprio ETF tematico e chiesto al consiglio un chiarimento pubblico. A New York, i fondi pensione cittadini hanno ufficializzato una mozione: pretendono che Musk garantisca almeno quaranta ore settimanali di presenza effettiva in azienda, pena il voto contrario alla sua rielezione nel 2026.
Le ricadute di mercato non si sono fatte attendere. Oggi 7 luglio il titolo Tesla ha ceduto fino al 7 %, complice il timore che l’avventura politica inneschi nuovi attriti regolatori e distragga il management proprio mentre il settore attraversa una stagione di rallentamento.
Sul piano operativo, le vendite registrano il secondo trimestre consecutivo di flessione e la gamma di prodotto appare poco rinnovata.
I numeri del secondo trimestre 2025 fotografano la difficoltà: 384 122 consegne totali, in crescita del 14,1 % sul trimestre precedente ma in calo del 13,5 % rispetto a un anno fa; i modelli di fascia alta (S, X e Cybertruck) si fermano a 10 394 unità, 52 % anno su anno. Xpeng, Nio, Li Auto e Zeekr hanno superato Tesla di 33 000 veicoli: solo due anni fa il divario era di oltre 300 000 a favore di Palo Alto.










