La normativa europea a difesa della biodiversità ha recentemente introdotto la Legge sul Ripristino della natura, parte integrante del Green Deal, entrata in vigore il 18 agosto. Questa riforma, sebbene approvata dopo mesi di stallo politico, ha suscitato controversie, con sette Paesi, inclusa l’Italia, che hanno espresso la loro contrarietà. Nonostante le modifiche apportate alla versione finale, che l’hanno resa meno rigorosa, le organizzazioni agricole continuano a manifestare critiche.
I Paesi membri dell’UE sono ora chiamati a presentare i propri piani di ripristino nazionali alla Commissione europea entro due anni, con una bozza iniziale da finalizzare entro sei mesi.
Per “ripristino” si intende un insieme di interventi e misure finalizzate a riportare gli ecosistemi naturali degradati, danneggiati o distrutti verso uno stato più sano e funzionale, il più vicino possibile alle loro condizioni originarie. Il ripristino ecologico coinvolge il recupero della biodiversità, la reintroduzione di specie native, la rimozione di specie invasive, e il miglioramento delle funzioni ecosistemiche come la purificazione dell’acqua, la conservazione del suolo, e la regolazione del clima.
Entro il 2030, l’UE si è posta l’obiettivo di attuare misure di ripristino in almeno il 20% delle aree terrestri e marine, ripristinare 25.000 km di fiumi a flusso libero, invertire il declino degli insetti impollinatori e piantare tre miliardi di alberi aggiuntivi.
Tra le misure specifiche, il ripristino delle zone umide sarà volontario per agricoltori e proprietari terrieri privati, i quali potranno beneficiare di incentivi finanziari. Gli Stati membri saranno comunque obbligati a migliorare la biodiversità.










