Dopo dodici giorni di bombe, droni e missili fra Israele e Iran, sembrerebbe sia arrivata una tregua mediata da Washington.
Mentre il cessate-il-fuoco regge a fatica, il presidente statunitense Donald Trump è atterrato all’Aia per il vertice Nato, portandosi dietro tutte le tensioni di queste ore.
A bordo dell’Air Force One, Trump ha rivelato di aver parlato al telefono con Vladimir Putin. Il leader del Cremlino, ha raccontato il presidente, gli avrebbe proposto “aiuto” per gestire la crisi con Teheran. La risposta di Trump è stata secca: “No, non ho bisogno di aiuto con l’Iran, ho bisogno di aiuto con te”.
Il capo della CasaBianca ha poi frenato sull’idea di un cambio di regime a Teheran: “Vorrei che tutto si calmasse il più rapidamente possibile. Un cambio di regime richiede caos, e idealmente non vogliamo vederne così tanto”.
Sul fronte militare, gli StatiUniti rivendicano l’attacco di sabato contro i tre siti nucleari chiave dell’Iran: Fordow, Natanz e Isfahan. Secondo il segretario di Stato Marco Rubio, intervenuto su Politico, “In sostanza, oggi sono molto più lontani da un’arma nucleare rispetto a prima che il presidente intraprendesse questa audace azione. Sono stati arrecati danni significativi, molto significativi”.
Da Tel Aviv, però, il portavoce militare israeliano Effie Defrin invita alla prudenza: “È ancora presto per valutare i risultati dell’operazione”. E aggiunge: “Credo che abbiamo inferto un colpo significativo al programma nucleare, e posso anche dire che lo abbiamo ritardato di diversi anni”.
Intanto le agenzie d’intelligence occidentali sono al lavoro per capire quanto le detonazioni abbiano realmente compromesso l’infrastruttura atomica iraniana.
Un primo rapporto del Pentagono suggerisce che, nonostante i danni, Teheran potrebbe recuperare in pochi mesi, segno che la partita sul nucleare iraniano è tutt’altro che chiusa.












