Nel corso del prossimo decennio, la domanda di elettricità associata all’utilizzo dei data center è destinata a subire una crescita marcata, alimentata in larga parte dalla diffusione delle tecnologie basate sull’intelligenza artificiale. Un nuovo studio elaborato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) richiama l’attenzione su possibili squilibri tra innovazione digitale e sostenibilità energetica.
Attualmente, le infrastrutture digitali ad alta intensità di calcolo assorbono una porzione significativa dell’energia mondiale: nel 2024 hanno consumato circa 415 TWh, pari all’1,5% dell’elettricità globale. Secondo le proiezioni, il consumo potrebbe più che raddoppiare entro il 2030. Se tale tendenza sarà confermata, queste strutture informatiche arriveranno a rappresentare quasi il 3% della domanda elettrica planetaria.
L’incremento è attribuibile soprattutto all’esplosione dei modelli di IA generativa, che richiedono dispositivi di elaborazione estremamente performanti, in grado di processare e archiviare volumi enormi di dati. Queste nuove esigenze pongono interrogativi sull’affidabilità delle reti elettriche e sulla compatibilità con gli obiettivi climatici a medio-lungo termine.
La distribuzione del carico energetico non è uniforme: Nord America, Asia Orientale ed Europa assorbono la quasi totalità dell’energia consumata da queste strutture digitali. Le big tech stanno reagendo investendo in soluzioni alternative per alimentare i propri sistemi in modo più efficiente e meno impattante sul clima.
Uno dei nodi centrali sarà garantire forniture elettriche stabili e con costi accessibili per sostenere l’espansione delle infrastrutture digitali.
L’aumento del numero di data center comporterà inevitabilmente una maggiore produzione di emissioni climalteranti. Le stime parlano di un passaggio dalle attuali 180 milioni di tonnellate di CO a circa 300 milioni nel 2035. Ciononostante, questa cifra resterebbe comunque sotto l’1,5% delle emissioni complessive del comparto energetico mondiale.










